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Vecchio 11-03-2008, 19.36.49   #1 (permalink)
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Riporto una guida a mio avviso molto utile per chi è interessato ad approfondire il mondo della fotografia.
La fonte è il forum di Hardware Upgrade.
Ho aggiunto in più delle fotografie mie e delle immagini per rendere ancora più chiaro

CORSO BASE DI FOTOGRAFIA

SOMMARIO

1. La macchina fotografica
1.2. il corpo

1.3. l'obiettivo
1.4. l'esposimetro e l’esposizione
1.5. l'otturatore
1.6. il diaframma


2. La temperatura della luce

3. Il controllo della luce nella macchina fotografica


4. Esposizioni
4.1. manuale
4.2. automatica a priorità di diaframma
4.3. automatica a priprità di tempo
4.4. programmi


5. Sensibilità del supporto

6. La messa a fuoco e la profondità di campo

7. Importanza della coppia tempo-diaframma

8. Il flash

9. Il controluce

10. I tempi lunghi e la posa B

11. I filtri correttivi

Ultima modifica di j4d3 : 12-03-2008 alle ore 18.41.15.
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Vecchio 11-03-2008, 19.51.23   #2 (permalink)
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1.La macchina fotografica:

1.1
La macchina fotografica come la deviamo oggi è il frutto del perfezionamento della camera oscura con in più l’aggiunta di una lente e una pellicola o ccd dietro di esso.
Ai nostri giorni le macchine fotografiche sono ormai classificate in varie categorie:

1. Macchine fotografiche a telemetro. Oggi, questa tecnologia è soprattutto riferita all'uso di pellicole 35 mm. Anche se dobbiamo segnalare un certo significativo abbandono di questi modelli, quasi esclusivamente rappresentati dalle Leica.

2. Reflex (a singolo obiettivo). Nelle versioni per pellicole 35 mm (24x36 mm), per il medio formato (4,5x6 mm, 6x6 cm, 6x7 cm su rullo 120 e 220).

3. Reflex biottiche. Nate in combinazione con il grande formato, oggi sopravvivono soltanto nel 6x6 cm, se concentriamo la valutazione alla produzione industriale. Negli Stati Uniti esistono produzioni industriali di biottiche 4x5".

4. Corpi mobili (grande formato). Dove si intendono i formati di pellicola piana, e non già di pellicola in caricatore (35 mm) o in rullo (120 e 220) e, quindi, si parla di 9x12 cm/4x5", 13x18 cm/5x7" e 18x24 cm/8x10". Qui si hanno sistemi a corpi mobili, ovvero con la possibilità di modificare le posizioni relative dell'obiettivo rispetto al piano focale, con costruzione a banco ottico oppure folding (ripiegabile).

5. Press. Usate solo negli Stati Uniti, sono macchine fotografiche a telemetro che ripropongono alcune caratteristiche del grande formato, visto che tradizionalmente si propongono per riprese nel formato 4x5" (anche se ora molte espongono il 6x7 cm o il 6x9 cm da pellicole in rullo 120/220) qui combinato con una costruzione che prevede l'impiego rapido e dinamico a mano libera.

6.Compatte .I modelli compatti sono molto diffusili il loro formato di solito e 24x36. In questa categoria conta molto la fascia di prezzo che determina la qualità ottica, la molteplicità degli automatismi e la presenza di vari accessori l’esposimetro il flash ecc ecc..

7. Digitali. I modelli digitali hanno preso piede da alcuni anni nel mercato e ormai coprono tutti i settori gia sopraccitati (dalle reflex alle compatte).Sono molto simili alle loro sorelle chimiche ma in queste macchine l’immagine viene per cosi dire “catturata” da un CCD (si tratta di un sensore in grado di misurare la luce; i segnali analogici del sensore vengono inviati ad un convertitore che li trasforma in serie di bit.) Queste macchine sono quindi contraddistinte dalla mancanza del rullino e devono essere affiancate da un Pc. Il futuro sembra riservare un piano di rilievo per questa tecnologia sempre in pieno sviluppo e che continua ad avere un notevole incremento delle vendite.


1.2 il corpo

Il corpo macchina è quella parte della macchina fotografica che serve a contenere l’elemento sensibile(pellicola o CCD)Da qui si regola il tempo di esposizione, si controlla l’inquadratura (dal mirino o dal display) e si scatta.
Nel corpo è inoltre contenuto l'otturatore, che è il responsabile dei tempi di scatto.
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Vecchio 11-03-2008, 20.02.41   #3 (permalink)
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1.3 L’obbiettivo


L’obbiettivo è la parte della macchina fotografica che serve a raccogliere l’immagine e a trasferirla sull’elemento sensibile, con la luce giusta e senza distorsioni.
Gli obbiettivi sono formati da gruppi di lenti.
Essi si dividono in tre famiglie: Standard, grandangolare e teleobbiettivo. Vi sono inoltre gli zoom e le ottiche speciali.

1.3.1 L'obiettivo standard


L'obiettivo standard ha una lunghezza focale di 50 mm in ragione del fatto che il suo angolo di campo si avvicina al campo di visuale dell'occhio umano, e che genera una prospettiva naturale da distanze normali. L'obiettivo standard è grosso modo corrispondente alla diagonale del formato della pellicola.
L'obiettivo standard è quello abitualmente fornito con il corpo macchina. Si tratta di una lunghezza focale ideale per il principiante, per poter appendere i rudimenti essenziali della tecnica fotografica - messa a fuoco, inquadratura, composizione, e misurazione della luce - come pure per sperimentare gli effetti di filtri e lenti addizionali. Chi guarda per la prima volta attraverso il mirino di una fotocamera resta spesso sorpreso nel ritrovarsi un campo visivo ridotto rispetto a quello normale. Ciò si verifica perché l'occhio umano in effetti abbraccia un campo di 180 gradi, ma di questo appena il 25% nel centro è "nitido". Il resto è sfuocato. Se si tiene conto della sola visione nitida, l'obiettivo standard è quello che si avvicina maggiormente a ciò che vediamo a distanza media e ravvicinata.
Accade frequentemente che i fotografi scartino i 50 mm una volta che abbiano affinato le loro capacità. Questa decisione non nasce unicamente dal desiderio di affrontare nuove esperienze, ma anche perché l'obiettivo standard non è particolarmente adatto per due dei soggetti più comuni: paesaggi e ritratti. Il suo effettivo campo di applicazione è still-life, natura, architettura e soggetti che traggono spunto da un'inquadratura selettiva.
Poiché molti obiettivi standard moderni mettono a fuoco a meno di 50 cm con un ingrandimento di circa x0,15, si dimostrano molto utili anche per le fotografie da distanza ravvicinata. A questo scopo, se ne possono migliorare le prestazioni con tubi di prolunga o soffietti. Le prestazioni ottiche degli obiettivi standard sono forse superiori per distanze normali rispetto a qualsiasi altro obiettivo con qualsiasi diaframma. Questo perché la progettazione e la costruzione di questo tipo di obiettivo sono meno complesse di altri, e la loro realizzazione viene curata con particolare attenzione da parte delle case produttrici. Gli obiettivi standard sono estremamente utili per lavorare con poca luce, laddove si devono utilizzare diaframmi aperti, e per mettere fuori fuoco lo sfondo mantenendo nitido il soggetto.

1.3.2 Il grandangolare


Il grandangolare, così come oggi lo conosciamo, è un obiettivo relativamente nuovo. Poco più di una generazione fa, la maggior pare dei fotografi che lavoravano con fotocamere da 35 mm consideravano l'obiettivo da 35 mm come "il grandangolare", e gli obiettivi da 28 mm costituivano una rarità. Ancora più sorprendente è l'impatto che la prospettiva offerta dal grandangolare ha avuto sul modo in cui concepiamo il mondo, l'arte e la comunicazione visiva in generale.
I grandangolari per il formato 35 mm hanno una lunghezza focale che varia da circa 40 mm a 14 mm (gli obiettivi fisheye possono essere molto più corti) e, come il loro nome dice, offrono un angolo di campo più ampio rispetto al normale. Per fotocamere con pellicole in rullo di formato 120 si usano lunghezze focali da 65 a 35 mm, e, per il formato 4" x 5", da 135 a 65 mm. Entro questa gamma, i grandangolari vengono comunemente suddivisi in vari sottogruppi conosciuti con una miriade di nomi - grandangolari spinti, super, extra, moderati, estremi e così via - ai quali non corrispondono però delle definizioni rigorose. Normalmente, per il formato 35 mm, i grandangolari moderati rientrano nel gruppo da 28-48 mm, e quelli con lunghezza focale più corta vengono considerati grandangolari spinti. Il vantaggio più ovvio del disporre di un angolo di campo ampio è che, dato un certo punto di vista, si riuscirà a imprimere nel fotogramma una porzione di scena tanto più vasta quanto più corta sarà la lunghezza focale impiegata.
Per quanto riguarda gli inconvenienti, con il diminuire della lunghezza focale si notano maggiormente le distorsioni ottiche - astigmatismo e aberrazioni sferiche, laterali e cromatiche - e la prospettiva diviene via via più sfuggente. Queste distorsioni, che aumentano verso il bordo del fotogramma, talvolta vengono sfruttate per esasperare deliberatamente le prospettive e per mettere in risalto la composizione fotografica.
Permettendo al fotografo di lavorare vicino al soggetto, e di avere una copertura della scena che una focale più lunga consentirebbe solo da una certa distanza, i grandangolari fanno apparire grandi e incombenti i soggetti in primo piano, mentre gli oggetti distanti appaiono piccoli e ancor più lontani. Le linee convergenti sono sfuggenti, la scala è distorta e il colore vicino viene messo in risalto. Molti grandangolari spinti curvano le linee ai bordi del fotogramma, creando curiose distorsioni.

1.3.3 Il teleobiettivo


Il teleobiettivo diminuisce la distanza tra il fotografo e un soggetto lontano. E' l'ideale per fotografie di sport e di azione, o di animali.
Il teleobiettivo a corta focale dà un'inquadratura stretta di soggetti vicini, creando una visuale perfetta per ritratti. Nel formato 35 mm, la maggior parte dei sistemi presentano teleobiettivi tra gli 85 e i 300 mm, e alcuni comprendono teleobiettivi da 1000 o perfino 2000 mm. Per il formato 6 x 6 con pellicole in rullo, i teleobiettivi a corta focale partono da 150 mm circa. Per entrambi i formati, le caratteristiche principali sono simili: ingrandimento del soggetto, angolo di campo stretto, limitata profondità di campo e appiattimento della prospettiva. Queste caratteristiche si rendono più evidenti con l'aumentare della lunghezza focale dell'obiettivo. Con gli ingrandimenti più elevati, la diminuzione della profondità di campo e il movimento eccessivo derivante dalle oscillazioni della fotocamera possono provocare qualche problema.
Anche con un obiettivo da 135 mm, occorre un diaframma f32 per avere una profondità di campo da 10 m all'infinito, per cui una messa a fuoco precisa è essenziale.
Il debole contrasto risulta essere spesso un problema con i tele, perché tendono a raccogliere i raggi UV diffusi e la luce nelle lunghezze d'onda del blu del cielo. Un lungo paraluce e un filtro anti- UV aiutano a risolvere questo inconveniente. Per evitare l'oscillazione della fotocamera, è importante impugnarla saldamente e, con elevati ingrandimenti o esposizioni lunghe, è essenziale servirsi di un cavalletto. Azionando l'otturatore attraverso lo scatto flessibile, con lo specchio sollevato, si riducono al minimo le vibrazioni.
Il problema del peso e dell'ingombro dei teleobiettivi estremi è stato in qualche misura risolto con i teleobiettivi catadiottrici, che utilizzano un sistema a specchi e lenti per contenere la lunghezza del barilotto.
Per contro, hanno lo svantaggio di avere il diaframma fisso. La moderna tecnologia nel campo del vetro ha nel frattempo migliorato il teleobiettivo convenzionale. L'aberrazione cromatica che costituiva un serio inconveniente dei vecchi tele, è stata pressoché eliminata. Gli ultimi teleobiettivi a corta focale - da 85 mm a 150 mm hanno in effetti prestazioni paragonabili a quelle degli obiettivi standard.

1.3.4 Lo zoom

Gli zoom sono diventati estremamente popolari negli ultimi tempi. Offrono al fotografo una maggiore flessibilità e comodità rispetto agli obiettivi a focale fissa, consentendogli di variarne la lunghezza senza dover cambiare la posizione della fotocamera. Danno la possibilità di riempire l'intero fotogramma con l'immagine del soggetto in un'infinità di situazioni e quasi istantaneamente, una caratteristica particolarmente utile quando si lavora con diapositive.
Ideati in origine per le cineprese, gli zoom ora sono disponibili per formati con pellicole in rullo e di uso comune come accessori delle reflex 35 mm. Per quest'ultimo formato, esistono molte versioni di zoom che coprono una gamma da 24 mm a 600 mm, ognuno adatto a un certo tipo di fotografia.
Uno zoom moderno può avere da 10 a 20 elementi ottici che scorrono lungo guide controllate da un microprocessore. Probabilmente i più comuni sono quelli nella fascia intorno all'obiettivo standard o al teleobiettivo medio: da 35 a 80 mm, da 75 a 150 mm, oppure da 70 a 200 mm. Questi modelli sono tendenzialmente più rapidi rispetto ad altri con più elevati rapporti di zoom (il rapporto tra la lunghezza focale più lunga e quella più corta) e consentono una minor distorsione nelle impostazioni massime. Un buon teleobiettivo zoom con lenti a bassa dispersione ha prestazioni equivalenti, per la maggior parte delle situazioni, a quelle degli obiettivi fissi di lunghezza focale corrispondente. Sta rapidamente scomparendo l'antico pregiudizio secondo cui l'impiego dello zoom significava qualità inferiore.
Lo zoom risulta ora una valida alternativa a una vasta gamma di obiettivi a focale fissa, con il vantaggio che si evitano le continue sostituzioni di obiettivi e diminuisce il numero delle fotografie mancate.
L'unica chiave per sondare le possibilità di uno zoom è la sperimentazione. Sequenze zoomate, con esposizioni a diverse lunghezze focali, possono risultare di grande efficacia. Per semplici fotografie, guardate attraverso il mirino con diverse focali, scegliendo poi quella che ritenete più opportuna. Ancora, cambiate focale durante l'esposizione per ottenere un'immagine mossa, con striature divergenti dal centro, e dare un senso drammatico di movimento anche a soggetti statici. I grandangolari a corta lunghezza focale daranno un accentuato senso di movimento con solo piccoli spostamenti dell'obiettivo, e la visione sfuocata dell'immagine è più evidente verso i bordi del fotogramma. I teleobiettivi zoom producono effetti più controllabili e, con un soggetto isolato su uno sfondo ben contrastato, si possono ottenere risultati spettacolari.

1.3.5 Obiettivi speciali

Per la normale fotografia, gli obiettivi che abbiamo già esaminato daranno ottimi risultati. Sono stati realizzai per avere la massima versatilità, ma ci sono casi in cui le loro caratteristiche risultano troppo limitate. Per esigenze particolari, come primi piani estremi, angoli di campo eccezionali e correzioni della prospettiva, occorrono obiettivi speciali. Tra i più importanti ci sono gli obiettivi macro, quelli decentrabili ovvero a controllo della prospettiva, quelli a specchio e i fisheye (occhio di pesce). Tra tutti, i più utili in generale sono i macro. Furono inizialmente ideati per macrofotografie (ovvero fotografie a grandezza naturale) specialistiche nel campo della medicina, ma gli ultimi modelli hanno prestazioni eccellenti anche a distanze normali. Il che li rende estremamente versatili, con la capacità di mettere a fuoco a distanze di pochi centimetri, di produrre immagini a metà grandezza naturale, e quindi di mettere di nuovo a fuoco all'infinito con un solo tocco. Ve ne sono di lunghezze focali da 50 mm a 200 mm, per fotocamere da 35 mm, che si comportano come qualsiasi altro obiettivo, come pure ne esistono versioni grandangolari, di solito tra 20 e 35 mm, per l'impiego con messa a fuoco a soffietto. Molti fotografi utilizzano ora un macro come loro obiettivo "normale".
Gli obiettivi decentrabili sono stati ideati per risolvere il problema più comune del fotografo di architettura, ovvero il mantenere diritte le verticali quando si scattano fotografie da terra. Con un obiettivo normale e la fotocamera che inquadra in alto per comprendere il vertice dell'edificio, i lati della struttura convergono in una prospettiva esagerata e innaturale. Con un obiettivo a controllo della prospettiva, si può mantenere il dorso della fotocamera parallelo all'edificio mentre l'obiettivo viene puntato in alto, proprio come si farebbe con la parte anteriore di una fotocamera professionale. Gli obiettivi decentrabili possono essere usati anche in senso opposto, cioè per esasperare le linee prospettiche, e per molti altri scopi, grazie alla possibilità di poter operare anche in orizzontale. Benché gli obiettivi a specchio appartengano al gruppo dei teleobiettivi, il loro essere dei sistemi catadiottrici li colloca di diritto tra gli obiettivi "speciali". Dal momento che la traiettoria della luce è riflessa da specchi, l'obiettivo può essere di gran lunga più piccolo di uno convenzionale. Leggerezza e ridotto ingombro sono controbilanciati da due svantaggi: il diaframma fisso (di solito non tropo luminoso) e la fragilità.
Gli obiettivi fisheye, con un angolo di campo che può arrivare fino a 220 gradi, hanno impieghi specifici in ambito tecnico e scientifico, ma è il loro estremo effetto di distorsione che attira il fotografo comune. L'ambiente viene "disteso" in una forma circolare sfuggente, oggetti vicini si allontanano, orizzonti diventano incurvati o incavati, quadrati divengono sfere e cerchi si distendono in ellissi. E' un obiettivo da effetti speciali.
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Vecchio 11-03-2008, 20.09.47   #4 (permalink)
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1.4. L’esposimetro e l’esposizione.

L’esposimetro è un apparecchio che serve per misurare la luce.
Le reflex moderne sono tutte munite d’esposimetro incorporato. Le reflex completamente manuali hanno una lettura esposimetrica su tutta l’immagine inclusa nel fotogramma, la lettura avviene automaticamente e si basa sul valore medio tra la misurazione delle alte luci e delle zone d’ombra. Questi esposimetri sono a luce riflessa.
Esistono esposimetri che vengono posti al posto del soggetto e rivolti verso la fotocamera, questi misurano la luce incidente.
Alcune macchine sono dotate di lettura esposimetrica a spot, cioè nella porzione centrale dell’immagine. Questo tipo di lettura esposimetrica può essere indirizzata o sulle alte luci o sulle ombre, tenendo presente che ogni volta che si fa un’analisi di questo tipo sarebbe necessario farlo su entrambi i fattori per controllare la differenza d’esposizione, altrimenti si rischia di perdere eventuali dettagli.
L’esposizione corretta, nel caso degli esposimetri interni delle reflex, è dato da un LED luminoso verde, da un "ok", da un galvanometro posizionato al centro di una scala di valori, o da una linea di riferimento, che si orientano col premere il pulsante a metà.

Sovraesposizione.

È quando la coppia tra tempi e diaframmi fa si che la luce che colpisce il fotogramma sia troppa. Si può correggere l’esposizione chiudendo il diaframma (salendo con i numeri della scala "f/"), oppure diminuendo il tempo d’otturazione (per esempio passando da 1/125 a 1/250). Un’immagine può risultare sovraesposta anche a causa di un inganno ottico dovuto al bianco, cosicché l’immagine risulterà chiara e i colori sbiaditi.

Sottoesposizione.

È quando la coppia tra tempi e diaframmi fa si che la luce che colpisce il fotogramma sia poca. Si può correggere aprendo il diaframma o aumentando il tempo d’otturazione. Un’immagine sottoesposta risulterà buia.
Ovviamente è possibile fare uso creativo dell’esposizione sovrasponendo o sottoesponendo a piacere, molte volte l’uso di una determinata esposizione è la chiave della particolarità di una fotografia. Per questo a chi inizia a fotografare si consiglia di disinserire gli automatismi, solo così si riesce a capire il funzionamento della propria macchina fotografica.
L’uso degli automatismi è solo di carattere pratico.

1.5 Otturatore

L'otturatore è il dispositivo che permette di fare arrivare luce al elemento sensibile quando si preme il pulsante di scatto; in quel momento l'otturatore regola il tempo di esposizione.Come si è visto a proposito dell'esposizione, la giusta quantità di luce che deve arrivare alla pellicola viene regolata dall'azione congiunta dell'otturatore e del diaframma; agendo sul tempo di otturazione si fa arrivare luce alla pellicola per un tempo più o meno lungo. L'otturatore può essere di due tipi: centrale e a tendina. Nell'otturatore centrale si ha una serie di lamelle mobili poste tra le lenti dell'obiettivo; esse stanno normalmente chiuse e solo al momento dello scatto si aprono per il tempo prestabilito. Nell'otturatore a tendina, invece, abbiamo due tendine poste vicino alla pellicola; quando si scatta la foto, esse formano una fessura che scorre su tutto il fotogramma, esponendolo alla luce.

1.6 Diaframma

Come si è visto a proposito dell'esposizione, la giusta quantità di luce che deve arrivare alla pellicola viene regolata dall'azione congiunta dell'otturatore e del diaframma; agendo sul diaframma si influisce sull'ampiezza dell'apertura che sta al centro dell'obiettivo. Il diaframma è del tipo a iride, per analogia di funzionamento con l'iride dell'occhio umano, dove essa serve per allargare o restringere l'apertura centrale, adeguandosi alle condizioni di luce ambientale. La corretta esposizione dell’elemento sensibile dipende quindi dalla regolazione dei due dispositivi appena visti: l'otturatore e il diaframma. Nell'analogia del recipiente da riempire, vista nella scheda della esposizione, l'otturatore rappresenta il tempo in cui il rubinetto sta aperto, mentre il diaframma fa le veci della maggiore o minore apertura della valvola, il rubinetto. Generalmente il diaframma è inserito tra le lenti dell'obiettivo ed è costituito da una serie di lamelle a iride, che possono essere chiuse o aperte per regolare il flusso luminoso che passa attraverso l'obiettivo. È evidente che quando si chiude il diaframma si altera l'apertura relativa dell'obiettivo, in quanto si riduce il diametro del foro di passaggio della luce. La luminosità di un obiettivo è quella che corrisponde alla massima apertura del diaframma.

Esempio:

se per scattare una foto con pellicola da 100 Iso, il diaframma è aperto a 5.6 e l’esposimetro ci dice che il tempo di esposizione dovrà essere di 1/250 di secondo, la foto sarà comunque esposta correttamente anche se noi imposteremo un tempo di 1/500 di secondo ma con diaframma a 4.0 . Si tenga presente che il diaframma è tanto più aperto quanto più il numero che lo indica è basso. Il diametro dell'apertura f/2 è il doppio del diametro dell'apertura f/4; per la proporzione tra lunghezze e rispettive aree, risulta che la quantità di luce che passa attraverso un f/2 è quattro volte più grande di quella che passa attraverso un f/4. La scala dei diaframmi è unificata a livello internazionale e viene espressa da una serie di numeri che parte da 1 (diaframma uguale alla lunghezza focale) e procede con valori che via via corrispondono alla metà della quantità di luce trasmessa:

Scala dei diaframmi

1 - 1.4 - 2 - 2.8 - 4 - 5.6 - 8 – 11 - 16 - 22 – 32 - 44 - 64

Quindi come dimostrato dall’esempio sopraccitato, Il diaframma 1.4 fa passare la metà della luce rispetto al diaframma 1; il diaframma 2 fa passare la metà del diaframma 1.4 e così via. Si noti che 1.4 è la radice quadrata di 2 (proporzione tra lunghezze ed aree) e che i numeri sono alternativamente il doppio dei precedenti (arrotondando il doppio di 5.6 a 11). Nelle fotocamere più semplici ed economiche al posto dei numeri compaiono dei simboli di diaframma (come sole, cielo coperto e cielo nuvoloso) per indicare in modo approssimativo l'apertura di diaframma da adottare (in questi casi ci si riferisce alla giusta esposizione della pellicola, in relazione alle condizione di luce). Più avanti vedremo ulteriori approfondimenti sul diaframma, soprattutto per quello che riguarda la messa a fuoco del soggetto fotografato. Analogamente all'otturatore, quindi, il diaframma non si limita a regolare l'esposizione, ma interviene anche su altri importanti aspetti della resa fotografica finale.
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2. La temperatura della luce

La luce e i colori per come noi li vediamo non sono altro che un interpretazione del nostro cervello. Esso raccoglie le informazioni dall’occhio e le elabora. Ogni immagine, ogni colore, e quindi frutto di lavoro di rielaborazione. Gia questo rende difficile una catalogazione standard dei colori perché ogni cervello percepisce e filtra a suo modo le informazioni. Inoltre le varie condizioni di luce condizionano i processi della percezione visiva. Ciò ha indotto a creare una convenzione per stabilire la tonalità di colore della luce. Essa si esprime per confronto, attraverso la temperatura assoluta espressa in gradi Kelvin (K), di un corpo nero che irradia luce con la stessa tonalità di colore della luce emessa dalla sorgente in esame. La luce si definisce convenzionalmente bianca quando ha una temperatura colore attorno ai 5500 K (5773 °C per intenderci).
Il colore di un soggetto dipende intrinsecamente dalla temperatura dello stesso .Ecco perché nasce associazione fra calore di un corpo e colore del corpo a una data temperatura. Un metallo riscaldato emette una radiazione visibile che va dal rosso al bianco all'aumentare della temperatura di riscaldamento. La T° di colore è espressa in gradi Kelvin (°K) = gradi assoluti, perché partono dallo zero assoluto (0°K = -273°C). Per convertire i °C in °K basta sommare 273 ai °C .


3. Il controllo della luce nella macchina fotografica

Conoscere e capire la luce, sfruttandola a proprio vantaggio, è molto importante per rendere “significativa” una fotografia.La luce bianca è formata dall'insieme delle lunghezze d'onda proprie di ogni colore.L'occhio umano non è in grado di percepire tutto lo spettro colore, infatti, l'infrarosso e l'ultravioletto non viene “visto”.La fotografia si basa sulla luce, che viene scomposta nei tre “colori” primari, che sono il rosso, il verde e il blu; i tre colori complementari (opposti) ai primari sono il magenta, il giallo e il ciano. Altra caratteristica della luce è la temperatura colore che è misurata in gradi Kelvin (K) ed indica la misura del colore delle sorgenti di luce; in pratica è l'effetto cromatico che crea la luce su una scena inquadrata.

Con una temperatura colore bassa avremo una dominante rosso e giallo, mentre con una temperatura colore alta ci sarà una dominante blu. ( se usi una pellicola per luce a 5600 in ambienti con luce a 3200 la dominante della foto e rossa; se usi una pellicola a 3200 in ambienti a 5600, la foto viene azzurra )

Le pellicole a colori sono tarate normalmente a 5.500 K (gradi Kelvin), che è la temperatura colore della luce diurna.

Per il CCD il discorso e un po diverso. Mentre l’occhio, insieme al cervello, è in grado di interpretare come uniformemente bianche le varie sfumature di colore emesse da differenti tipi di luce (lampada alogena, tubo al neon, lampadina a bulbo, luce naturale, …), la fotocamera percepisce le diversità nel colore della luce proveniente da sorgenti diverse e non ha la capacità di convertirle in luce bianca, se non con l’intervento di opportuni comandi di bilanciamento del bianco che possono essere o manuali o automatici.
Due sono le situazioni fondamentali di luce: interni o indoor, esterni o outdoor. In ogni frangente, il colore della luce ha uno stretto rapporto con la sua temperatura, tanto che si parla proprio di temperatura colore, misurata in gradi Kelvin (la luce del giorno, ad esempio, misura mediamente 5.600 gradi Kelvin). Sebbene sia interpretata dal cervello come bianca, essa ha precisi contenuti cromatici, che possono variare anche velocemente, da una predominanza di rosso ad una di blu, con il mutare della posizione del sole. Così, dall’alba al tramonto, la luce cambia continuamente colore e temperatura.


Lampadina normale 2.800 K
Lampade fotografiche 3.400 K
Luce diurna 5.500 K
Flash elettronico 6.000 K
Luce sole con cielo sereno 6.500 K
Cielo nuvoloso 10.500 K
Ombra 11.500 K


Quindi, come si nota dalla tabella, la temperatura colore della luce diurna varia a seconda del momento della giornata e delle condizioni atmosferiche.
Oltre la luce diurna si possono utilizzare altri “tipi di luce”:

La luce mista: si utilizzano contemporaneamente la luce diurna e lampade ad incandescenza
La luce flash: si utilizza la luce prodotta dal flash
La luce continua: si utilizzano lampade a luce continua abbinata al flash

La luce risulta molto importante per la “definizione” di una foto; in base al tipo di luce usata e a come si decide di utilizzarla, come, quando e con quale angolazione, si può enfatizzare un particolare, risaltare una zona, richiamare l'attenzione su un particolare dell'immagine, in altre parole personalizzare una fotografia.
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Vecchio 11-03-2008, 20.11.51   #6 (permalink)
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4. Esposizioni

I numeri sul disco selettore dell'otturatore si chiamano tempi d'esposizione.
Il tempo d'esposizione (della pellicola o del ccd), determina la durata d'apertura della tendina dell'otturatore nella macchina fotografica permettendo così, di impressionare la pellicola.
I tempi d'esposizione, espressi in secondi, più comuni sono:

1/8 – 1/15 – 1/30 – 1/60 – 1/125 – 1/250 – 1/500 – 1/1000

Variando da 1/125 (un centoventicinquesimo di secondo) a 1/250 (un duecentocinquantesimo di secondo) si dimezza il tempo, quindi si dimezza la quantità di luce che impressiona la pellicola, sempre a parità d'apertura di diaframma.Impostando un tempo d'otturazione veloce si riesce a congelare un azione, mentre con un tempo lento si crea un effetto mosso per esaltarne la dinamicità.Importante è la scelta del tempo d'esposizione perché da esso dipende la nitidezza della fotografia.Il tempo d'esposizione è regolabile sia manualmente sia automaticamente.

4.1. manuale

In base alle indicazioni fornite dall'esposimetro, il fotografo imposta tempi e diaframmi. Il sistema manuale permetta la massima flessibilità di utilizzo ma, nell'uso pratico, può rivelarsi un procedimento poco immediato. Per ovviare a questo problema le fotocamere adottano degli automatismi che facilitano l’utilizzo. Vi sono di tre tipi esposizione automatica : completamente automatiche, a priorità di tempi e a priorità di diaframmi. Col modo completamente automatico l'apparecchio sceglie sia il diaframma sia il tempo di otturazione. Ma questi valori potrebbero non fare al caso vostro se desiderate un tempo più breve o un diaframma più chiuso.

4.2. automatica a priorità di diaframma

Nella priorità di diaframmi la fotocamera sceglie il tempo di scatto dopo che voi avete impostato il diaframma. Questo modo è utile nella fotografia d'azione perché impostando il diaframma sulla massima apertura si è sicuri di usare il tempo di scatto più breve possibile. I modi programmati funzionano circa come gli altri automatismi, sebbene si abbia la possibilità di scegliere fra alcune possibilità che privilegiano la fotografia d'azione oppure la massima profondità di campo, ecc..

4.3. automatica a priorità di tempo

Nella priorità di tempi si imposta il tempo di scatto e la fotocamera sceglie il giusto diaframma. Accertatevi che la luce sia sufficiente per il tempo impostato. In caso contrario le scelte sono due: usate un tempo di scatto più lungo oppure sprecare un fotogramma.
Nella lettura media l'esposimetro valuta l'intera area dell'immagine, sebbene si tenga più conto dell'area centrale. La lettura a preferenza centrale funziona allo stesso modo. La misurazione valutativa o matrix, è ancor più sofisticata. Il campo inquadrato è diviso in settori per i quali viene determinata una diversa influenza sull'esposizione complessiva. Nella misurazione spot la lettura viene effettuata solo su di una piccola area centrale variabile. I fotografi naturalistici hanno spesso a che fare con soggetti piccoli e sono quindi in molti a considerarla l'ideale.

4.4. programmi

In base alle indicazioni dell'esposimetro e riferendosi ad una serie di situazioni standard reimpostate nella memoria della fotocamera, il processore seleziona sia il tempo che il diaframma più adatti alle condizioni di illuminazione. Questa modalità fornisce buoni risultati nelle situazioni più comuni ma mostra i suoi limiti nelle riprese creative. In molti casi si rivela controproducente il fatto che sia la fotocamera (che, fino a prova contraria non può avere un "senso artistico" umano...) a fare tutto da sé. Per questo motivo con alcune reflex sono possibili aggiustamenti manuali alle valutazioni dell'esposimetro.
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Vecchio 11-03-2008, 20.12.11   #7 (permalink)
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5. Sensibilità del supporto

Le pellicole sono state i primi supporti sensibili ad essere state utilizzate nel campo fotografico.Ne esistono molte varieta, ciascuna adatta per particolari condizioni o situazioni. Le pellicole fotografiche sono definite come materiali sensibili alla luce montati su un supporto che viene tagliato e confezionato in rulli o fogli nelle dimensioni standard, per essere utilizzato con ogni tipo di macchina fotografica. Le pellicole fotografiche esistono nelle versioni per riprese in bianco e nero oppure a colori, e la loro utilizzazione si adegua a una grande varietà di situazioni, molte delle quali sono conosciute solo superficialmente.

5.1 Struttura della pellicola

Le pellicole in bianco e nero producono una selezione monocromatica (ossia a un solo colore) dell'immagine, naturalmente a colori, che viene proiettata su di loro. In pratica, si tratta di una composizione di toni del grigio, le cui luminosità corrispondono in misura inversa all'intensità della luce che forma l'immagine nelle stesse aree; e stiamo riferendoci alla pellicola negativa, che con successivo procedimento di stampa consente di ottenere un'immagine positiva. Queste pellicole consistono di una serie di strati sovrapposti, combinati assieme. Prima c'è la base della pellicola, o supporto, di solito in plastica flessibile, ma a volte anche in vetro (oggi solo per le emulsioni speciali) o plastica rigida. L'emulsione depositata sul supporto consiste di sali d'argento (grani) sensibili alla luce, sospesi in una gelatina trasparente e assorbente. Tra i vari strati ve ne sono alcuni composti da tinture, una di queste (rivestimento antialone) assorbe la luce sparsa e riflessa all'interno dell'emulsione e della base, mentre altre (tinture di filtraggio della luce) determinano la sensibilità al colore.
L'esposizione fotografica, ossia l'esposizione alla luce messa a fuoco dall'obiettivo sulla pellicola, causa delle modificazioni fisiche nell'emulsione vergine, creando un'immagine latente, resa visibile solo dopo che la pellicola esposta è stata sviluppata.
Le pellicole fotografiche a colori sono, in pratica, definibili come emulsioni in bianco e nero a diversi strati, nelle quali vi sono tre o più strati sovrapposti, ciascuno sensibilizzato e opportunamente filtrato per registrare solo determinate lunghezze d'onda della luce. Durante il trattamento, i grani d'argento che formano i diversi strati dell'immagine, vengono dissolti e sostituiti da tinture appropriatamente colorate. Si ottiene così un negativo a colori nel quale i colori sono, ancora, inversi rispetto le cromie originali: le stesse che poi appariranno sulla stampa finale, ovvero il blu del soggetto appare giallo nel negativo; il verde, magenta; il rosso, cyan e così via.
Il trattamento d'inversione fornisce invece diapositive, ovviamente con pellicole predisposte. Le diapositive, perlopiù a colori, si usano sia per la proiezione diretta sia per la stampa.

5.2 Caratteristiche variabili della pellicola

Le pellicole fotografiche esistono in numerose versioni, per soddisfare ogni necessità della ripresa. Tutte prevedono gli stessi componenti di base, ma ognuna è qualificata da particolari caratteristiche (tra cui la sensibilità alla luce, la grana, il contrasto e la sensibilità al colore) che ne determinano le prestazioni d'uso.

5.3 Sensibilità alla luce

Una delle tre principali varianti nell'esposizione fotografica (e le altre riguardano l'apertura del diaframma dell'obiettivo e il tempo di otturazione) si basa sulla sensibilità della pellicola usata, ovvero sul suo grado di risposta a una data quantità di luce. Le pellicole fotografiche sono generalmente suddivise in tre gruppi, distinti in fasce di sensibilità. Si esordisce alla bassa sensibilità (fino a 50-100 Iso circa), si passa quindi alla media sensibilità (fino a 200 Iso circa), e si approda all'alta sensibilità (dei 400 Iso, 1000 Iso e 1600 Iso) che attualmente rappresentano la sensibilità fotografica limite per il materiale fotografico tradizionale; ci sono quindi emulsioni a sviluppo immediato da 3000 Iso e anche da 20.000 Iso, propri di un'applicazione speciale della ripresa fotografica.
La sigla Iso, che andrebbe scritta tutta maiuscola (ma più spesso appare nella sua grafia maiuscolo-minuscolo), rappresenta la più recente standardizzazione dell'indicazione, ovvero della misurazione, della sensibilità della pellicola. Nel tempo, e a tempi sempre più brevi, la definizione Iso, i cui valori nella sostanza corrispondono a quelli della scala Asa, è destinata a sostituire ogni altro codice identificatorio. Anche se la sensibilità Iso è semplificata al suo valore coincidente con gli Asa, precisiamo ancora che la sua denominazione ufficiale comprende pure il valore Din. Così la media sensibilità andrebbe espressa come 100/21 Iso (che corrisponde a 100 Asa/21 Din), ma l'uso comune semplifica in 100 Iso. Oltre i fatti formali rimane un'aspetto sostanziale, non già visibile nell'espressione numerica: la definizione Iso, rispetto le quantificazioni Asa e Din, è pure qualificata da rinnovati valori di tolleranza, assai più ristretti di quelli che furono invece propri dell'Asa. Così, lo slittamento all'espressione Iso della sensibilità della pellicola fotografica non rappresenta solo un momento formale, quanto un punto sostanziale.

5.4 il CCD

Per ovvi motivi pratci i ccd che equipaggiano le macchine digitali fanno riferimento per la loro sensibilità alla scala Iso. La pellicola fotografica come abbiamo detto è ricoperta da un’emulsione fotosensibile di cristalli di argento. Quando la luce colpisce la pellicola, gli atomi di argento si agglomerano. Più luce è presente, maggiori saranno gli agglomerati. In questo modo una porzione di pellicola registra i diversi quantitativi di luce che incidono sulle varie zone della superficie. Il CCD contenuto nella vostra macchina digitale è un chip di silicio ricoperto da una serie di piccoli elettrodi chiamati photosite (fotoelementi). Sistemati in una griglia, troviamo un photosite per ogni pixel di un’immagine. Di conseguenza è il numero di photosite che determina la risoluzione di un CCD. Prima di poter scattare una fotografia, la macchina digitale deve poter caricare di elettroni la superficie del CCD. Quando la luce colpisce il CCD, gli elettroni si agglomerano sopra la griglia di photosite. Maggiore è la luce che coinvolge un photosite, maggiore sarà il numero di elettroni agglomerati. Dopo aver esposto il CCD alla luce, la macchina deve semplicemente misurare la quantità di carica a ogni photosite per determinare quanti elettroni sono coinvolti, e così stabilire quanta luce ha inciso su quel determinato punto. Questa misurazione viene poi mutata in un numero da un convertitore analogico-digitale. La maggior parte delle macchine digitali consumer si serve di un convertitore analogico-digitale a 8 bit, ovvero la carica elettrica di ogni photosite viene convertita in un numero a 8 bit, cioè un numero fra 0 e 255. Alcune macchine più costose hanno convertitori analogico-digitali a 10 o 12 bit, il che significa che possono fare uso di valori fino a 1024 e 4096 rispettivamente. In ogni caso, un convertitore da analogico a digitale con una maggiore profondità di bit non offre al vostro CCD una gamma dinamica maggiore. I colori più luminosi e più scuri che può vedere rimangono gli stessi. La profondità di bit influisce esclusivamente sulle gradazioni di colore che saranno più precise e sottili all’interno della gamma dinamica. Il termine dispositivo ad accoppiamento di carica
(Charge Coupled Device, CCD) deriva dal modo in cui la macchina digitale interpreta le cariche dei singoli
photosite. Dopo aver esposto il CCD, le cariche sulla prima fila di photosite vengono trasferiti a un
dispositivo di uscita (read out register) dove vengono amplificati e poi inviati al convertitore analogico-digitale. Ogni fila di cariche viene elettricamente accoppiata alla fila successiva in modo che, dopo che
una fila è stata letta e cancellata, le file successive si spostano verso il basso per occupare lo spazio
lasciato libero. Le file di photosite sulla superficie del CCD sono fra loro accoppiate. Non appena la fila più
bassa viene letta nella parte inferiore del CCD, tutte le file soprastanti si spostano verso il basso. Questo
significa “accoppiamento” nella dicitura “dispositivo ad accoppiamento di carica”. Dopo che tutte le file di photosite sono state lette, il CCD viene ricaricato di elettroni ed è pronto a scattare una nuova immagine.
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Vecchio 11-03-2008, 20.12.45   #8 (permalink)
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6. La messa a fuoco e la profondità di campo

Si è già accennato al fatto che tra oggetto ed immagine esiste una stretta relazione. Per maggiore precisione si può dire che in una lente perfetta ad ogni oggetto puntiforme (o punto-oggetto) corrisponde una ad una sola immagine puntiforme (o punto-immagine) e viceversa. Lo stesso discorso lo si può estendere ai piani dicendo che ad ogni piano-oggetto corrisponde un solo piano-immagine e viceversa.
Secondo questo discorso teorico si dovrebbe dire che con la macchina fotografica si può mettere a fuoco un solo piano alla volta perché ad un solo piano-immagine (la pellicola) corrisponde un solo piano-oggetto. Se questo fosse vero si potrebbe fotografare solo disegni, quadri, francobolli, o comunque solo oggetti perfettamente piani.
Sul piano pratico si deve ricordare che l'obbiettivo fornisce sempre un'immagine meno precisa dell'oggetto fotografato (potere risolutivo) e che la precisione di tale immagine dipende anche dalle dimensioni della grana della pellicola usata. Per questi motivi si ammette sempre un certo di grado d'imprecisione (o meglio di confusione) nell'immagine ottenuta e questo permette di considerare a fuoco anche immagini un poco sfocate perché il rispettivo piano-oggetto è o troppo vicino o troppo lontano.
La distanza tra i due piani-oggetto (quello troppo vicino e quello troppo lontano) è definita col nome di PROFONDITA' DI CAMPO e viene indicata fornendo la corretta distanza di messa a fuoco (in metri) dei due piani-oggetto; ad esempio si può dire di avere una profondità di campo da 8 a 13 metri.

6.1 La profondità di campo

La profondità di campo serve a controllare la nitidezza dell'immagine nel suo complesso. Il termine indica l'intervallo tra la distanza minima e massima dell'obiettivo entro il quale la scena risulterà sufficientemente a fuoco.
Il punto sta in quel sufficientemente, che resta affidato al giudizio soggettivo, pur essendo la profondità di campo una grandezza misurabile e come tale riportata sulla maggior parte degli obiettivi. L'estensione della zona di messa a fuoco varia in relazione a tre fattori: l'apertura scelta, soprattutto, la lunghezza focale dell'obiettivo e l'impostazione della messa a fuoco. La profondità di campo si estende per circa un terzo del suo valore complessivo davanti al punto esatto di messa a fuoco, e per circa due terzi dietro. La scelta della profondità di campo può avere un'enorme influenza sull'effetto finale della composizione, particolarmente se la scena comprende oggetti sia vicini sia lontani. Una profondità di campo ridotta lascia fuori fuoco lo sfondo, facendo risaltare il soggetto principale. Il cambiamento di profondità di campo ha invece scarsa importanza con quei soggetti che hanno di per sé una modesta profondità dimensionale, come facciate di edifici o paesaggi ripresi da lontano.

6.2 La messa a fuoco e la grana

L'immagine sfocata di un punto è un cerchio e l'immagine si considera a fuoco quando questo cerchio è così piccolo da non essere visto dall'occhio umano o in ogni caso da non essere percepito dalla grana della pellicola usata. Secondo questo criterio il diametro del suddetto cerchio (detto “cerchio di confusione") può essere tanto più grande quanto più grande è la grana della pellicola. Ne deriva che le Iso alti, danno loro stessi un'immagine poco definita, consentono un grado di sfocatura più grande e la messa a fuoco può essere anche abbastanza approssimata. Il fenomeno contrario lo si ha usando Iso bassi dove la grana è piccola ed il grado di sfocatura ammesso è minore e quindi si deve sempre fare una messa a fuoco della massima precisione.

6.3 Apertura di diaframma

Cambiare apertura è il modo più efficace per modificare la profondità di campo. Con ampia apertura (esempio f2), il campo di messa a fuoco accettabile é alquanto ristretto, mentre con aperture più piccole (esempio f8 o f16), la profondità si estende sensibilmente sia davanti sia dietro al punto esatto di messa a fuoco.

6.3.1 Punto di fuoco

Anche il punto di fuoco influenza l'estensione della profondità di campo. Con un valore f costante, si può vedere come la profondità di campo aumenti in proporzione alla distanza dal soggetto.

6.3.2 Lunghezza focale

Alla medesima distanza dal soggetto e con la stessa apertura, obiettivi diversi danno diverse profondità di campo. Dato che minore é la lunghezza focale, maggiore é la profondità di campo, a parità di apertura e di distanza un grandangolare avrà un campo di messa a fuoco più profondo di quello di un teleobiettivo.

6.3.3 Distanza iperfocale

Quando occorre una grande profondità di campo, per esempio di fronte a un paesaggio con elementi importanti sia vicini sia lontani, la migliore soluzione non consiste nel mettere a fuoco all'infinito, bensì nel mettere a fuoco su un punto critico che corrisponde alla cosiddetta distanza iperfocale. Per trovare la distanza iperfocale, per prima cosa mettete a fuoco all'infinito, dopodiché leggete sulla scala delle profondità di campo qual'é la distanza minima di messa a fuoco. In questo caso, con f16, la distanza minima é 4 metri. Mettete quindi a fuoco su 4 metri, e la profondità di campo si estenderà da 2 metri all'infinito. La distanza iperfocale varia in relazione all'apertura scelta e alla lunghezza focale dell'obiettivo impiegato.
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Vecchio 11-03-2008, 20.13.12   #9 (permalink)
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7. Importanza della coppia tempo-diaframma

L’elemento sensibile (la pellicola o il CCD) puo essere paragonato ad un secchio da riempire e l'obiettivo al rubinetto: per riempire il secchio si può aprire al massimo il rubinetto per un breve tempo, oppure lasciar scorrere un sottile filo d'acqua per un tempo più lungo.
La coppia tempo diaframma lavora allo stesso modo: a parità di pellicola e d'illuminazione, più terremo aperto il diaframma, minore dovrà essere il tempo d'esposizione, e viceversa. In pratica, l'operatore può scegliere se utilizzare un diaframma f/2 ed un tempo di 1/1000 di secondo oppure f/5,6 ed un tempo di 1/125 di sec. Naturalmente la scelta della coppia tempo diaframma non deve essere effettuata a caso, ma in base al modo in cui ciascuna delle due grandezze influisce sull'immagine finale.
La scelta del tempo d'esposizione influisce sulla nitidezza con cui saranno poi rappresentati gli oggetti in movimento: tanto più rapido sarà il tempo d'esposizione, tanto più "fermi" saranno gli oggetti in movimento. Dosare il tempo permetterà quindi di fotografare per esempio un ciclista in movimento in modo che sembri completamente fermo, oppure in modo che solo le ruote vengano "mosse" oppure ancora in modo che sia tutto mosso, dando impressione di velocità.
Il valore di diaframma definisce invece la "profondità" della zona a fuoco: provando a fotografare una fila di birilli od una staccionata presa d'infilata, ci accorgeremo che non è sempre possibile mettere a fuoco tutti i birilli o tutti i paletti. Il diaframma ci permette di controllare la zona nitida della fotografia: più il diaframma è chiuso, maggiore sarà la profondità di campo e viceversa. La conoscenza di questa caratteristica ci permette di operare alcune scelte importanti, delimitando ad arte la zona nitida (per esempio, in un ritratto useremo il diaframma aperto al massimo, in modo da avere a fuoco solo il viso del soggetto; in un panorama chiuderemo il più possibile per avere tutto a fuoco. Tutto naturalmente con una vastissima gamma di sfumature.)
È evidente a questo punto quali sono le possibilità espressive legate al sapiente uso del tempo e del diaframma. Per poterle sfruttare al meglio dobbiamo conoscere a fondo la nostra fotocamera, perché alcune compatte (totalmente automatiche) scelgono da se, ed all'operatore resta ben poco da fare. Quando le operazioni possono essere controllate, è bene seguire un determinato schema:

a) Decidere quale sia per noi in quel momento la grandezza più importante, fra tempo e diaframma. Per esempio, volendo scattare un bel ritratto in primo piano, scegliamo il diaframma da impostare a f/2,8.Impostare sulla macchina fotografica il valore prescelto.
b) Controllare sulla fotocamera che l'altro valore (nel nostro caso il tempo) sia adeguato alle nostre esigenze. In pratica, se impostassimo un valore di diaframma tanto aperto in condizioni di luminosità eccessiva, molto probabilmente il tempo d'otturazione richiesto sarebbe più breve del tempo più veloce concessoci dalla fotocamera. A questo punto dovremo rivedere le nostre scelte, chiudendo il diaframma
c) Operando con una reflex automatica, nella maggior parte dei casi l'esposimetro imposta automaticamente una coppia tempo diaframma basandosi su diversi parametri. Comunemente l'operatore può modificare la scelta automatica senza variare l'esposizione complessiva (funzione shift).

7.1 Relazione tra diaframmi e tempi

Quando l'esposimetro propone una coppia diaframma-tempo non è detto che sia quella desiderata o per motivi di nitidezza (diaframma) o per velocità del soggetto (tempo) e quindi occorre modificare tempo e diaframma in modo da ottenere l'effetto desiderato senza per questo alterare la quantità di luce che deve giungere alla pellicola. Intuitivamente si ha che chiudendo il diaframma (usando "f" più grandi) si fa arrivare meno luce e quindi si deve compensare usando un tempo d'esposizione più lungo; mentre usando un diaframma più aperto ("f" più piccolo) si fa arrivare più luce e quindi si deve compensare usando un tempo più breve. Dal punto di vista pratico le scale sia dei diaframmi sia dei tempi sono messe in modo tale d'adattare l'esposizione ad una luce sempre crescente; ovvero partono dal buio per andare verso la luce. Inoltre la serie dei tempi e dei diaframmi sono messe in modo tale che per compensare uno spostamento dei diaframmi (o dei tempi) verso la luce (od il buio) basta uno spostamento in senso contrario dei tempi ( o dei diaframmi).

(f) 1 - 1.4 - 2 - 2.8 - 4 - 5.6 – 8 - 11 - 16 - 22 - 32
(t) 1 - 1/2 - 1/4 - 1/8 - 1/15 - 1/30 -1/60 - 1/125 - 1/250 - 1/500 - 1/1000

Esempio pratico:

Se l'esposimetro propone "f4" con "t 1/500" ma per motivi di nitidezza è meglio usare "f8" occorre impostare necessariamente "t 1/125" perché essendosi spostati coi diaframmi di due posizioni verso la luce occorre bilanciare spostandosi di due tempi verso il buio.
Oppure se partendo da "f22" con "t 1/4" si deve fotografare un oggetto veloce occorre usare tempi più rapidi (muovendosi verso la luce) e se viene scelto "t 1/500 occorre impostare "f2" perché essendosi spostati coi tempi di sette posizioni verso la luce occorre spostarsi coi diaframmi di sette posizioni verso il buio.
Esiste una legge che lega i tempi ai diaframmi :

f ² / t = Costante

La formula indica che il rapporto tra il quadrato del numero di diaframma ed il tempo deve rimanere costante e questo spiega perché i tempi cambiano 1/2 ed i diaframmi di radice quadrata di due.

7.2 L’esposizione e la messa a fuoco

L’esposizione corretta dipende dalla combinazione del tempo di otturazione e dell’apertura del diaframma.
Il diaframma e il tempo sono direttamente proporzionali: più è aperto il diaframma e più deve essere veloce il tempo di otturazione.
Il diaframma, a valori numerici alti (es. f\22 da leggersi sulla ghiera dell’obiettivo) risulta proporzionalmente più chiuso. Più il diaframma è chiuso, più si ha profondità di campo, cioè area a fuoco.
A valori numerici bassi (es. f\4) corrispondono diaframmi aperti. Più il diaframma è aperto, minore è la profondità di campo, cioè area a fuoco.
Per realizzare fotografie nitide tenendo la fotocamera in mano è necessario non scendere sotto un tempo di sicurezza che varia a seconda dell’obiettivo usato.
Esempio:

Obiettivo 28 mm. 1\30
Obiettivo 50 mm 1\60
Obiettivo 100 mm 1\125
Obiettivo 500 mm 1\500

Per fissare un movimento è necessario valutare la velocità con cui si muove il soggetto, tenendo presente che l’immagine di un soggetto lontano dà l’impressione di muoversi più lentamente e viceversa.
Si possono però, di proposito, ottenere foto mosse ad esempio con la tecnica del panning oppure impostando un tempo lento rispetto alla velocità del soggetto in movimento.
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Vecchio 11-03-2008, 20.15.33   #10 (permalink)
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8. Il flash

Il flash si rende necessario in condizioni di luce scarsa o per evitare immagini mosse o ricche di dominanti, consentendo di lavorare con tempi veloci (da 1/30" a 1/500", a seconda della fotocamera). L'emissione luminosa da parte di un flash è brevissima (1/30.000" in alcuni casi) e permette di congelare i movimenti anche più rapidi.Raddoppiando la distanza tra flash e soggetto, l'illuminazione si distribuisce su una superficie quattro volte più grande, ma l'intensità si riduce a 1/4. Triplicando la distanza, la superficie diventa 9 volte più ampia, e così via.



8.1 NG o numero guida

Il numero guida (NG) è una grandezza caratteristica del flash e dà un'idea immediata del potere illuminante. Conoscendo la distanza flash-soggetto, il NG serve per ricavare il diaframma di lavoro da impostare sull'obiettivo:


diaframma = NG/Distanza


ESEMPIO:

Flash con NG = 30 per 100 ISO. Se il soggetto è a 3 metri dal flash, quale diaframma va impostato? Diaframma = 30 : 3 = 10, cioè un diaframma intermedio tra f/8 e f/11.
La posizione del flash determina l'effetto desiderato. Un flash a slitta sulla fotocamera o a torcia di lato illumina il soggetto frontalmente e totalmente, ma produrrà:
- occhi rossi in animali e uomini (la retina è estremamente vascolarizzata)
- riflessi su superfici lucide (vetri, lamiere, occhiali)
- ombre marcate su sfondi alle spalle del soggetto (pareti di una stanza)
- appiattimento del soggetto e annullamento della sua tridimensionalità.

8.2 TECNICHE FLASH

8.2.1 Flash indiretto

Gli inconvenienti di cui sopra si evitano allontanando il flash dall'asse ottico (con un cavo-sincro) e/o indirizzando l'emissione luminosa in modo indiretto sul soggetto. L'ideale è disporre di più flash: uno di piccola potenza sulla fotocamera (luce di rischiaramento) e uno di maggior potenza collegato via cavo o tramite servocellula, diversamente posizionato (luce principale). I raggi luminosi hanno un angolo di riflessione uguale a quello di incidenza e questo va tenuto in considerazione in tutti i casi di illuminazione riflessa: pannelli, pareti, soffitti.
Vantaggi: uniforme distribuzione della luce sul soggetto; assenza di ombre nette; occhi naturali.
Svantaggi: la luce che arriva al soggetto è minore di quella diretta; un solo flash di piccola potenza non è sufficiente per la riflessione; se le pareti sono colorate, anche la luce del flash risulterà colorata; la tecnica è affidabile solo in TTL-flash.

Leggi della Riflessione e della Rifrazione:

Un treno d'onde incidente viene riflesso con un angolo uguale (i=r). Nel caso di aria/vetro (n2 > n1), l'angolo di rifrazione è inferiore a quello di incidenza e tende a chiudersi verso la normale alla sup. nel punto di incidenza.
N.B.: gli angoli vanno misurati a partire dalla normale alla superficie di separazione tra i mezzi (aria/vetro).


8.2.2 Fill-in

Tecnica di rischiaramento del soggetto con luce flash in luce-ambiente, tramite una breve emissione luminosa che schiarisce le ombre indotte dalla luce naturale. Il colpo di flash come riempimento sarebbe insufficiente da solo per consentire una corretta esposizione, ma abbinato alla luce ambiente alza la luminanza complessiva della scena e il contrasto si abbassa. Si ottiene così un primo piano rischiarato, inserito in un contesto di luce-ambiente naturale. La tecnica del Fill-in si applica soprattutto nel controluce.

8.2.3 Open-Flash

Tecnica per fotografare in luce scarsa (es. bosco) con tempi lunghi (quelli dell'esposimetro), sottoesponendo di ½-1 stop e colpendo il soggetto con uno o più lampi di flash tenuto in mano. ESEMPIO: l'esposimetro segnala 5". Si imposta un tempo di 3" e si scatta, azionando contemporaneamente flash a distanza ravvicinata nell'intervallo dell'esposizione.

8.2.4 TTL-flash

Automatismo che opera interrompendo l'emissione del lampo quando un apposito sensore giudica sufficiente la quantità di luce che ha colpito il soggetto, attraverso la misurazione della luce che giunge sul piano-pellicola. È una tecnica avanzata che permette il sincro-flash con il tempo nominale di sincro e con tutti gli altri tempi superiori ad esso, calcolando in tempo reale i valori dell'esposizione in numerosissime situazioni fotografiche. Molto affidabile anche in macrofotografia, a patto che il soggetto sia al centro o occupi gran parte del fotogramma.

Accessori utili:
•servocellula (o servo-flash): fa scattare un flash quando rileva il lampo di un altro flash
•diffusore: si posiziona sul bulbo-flash, come un filtro, per ottenere una emissione più morbida e diffusa, oppure per ampliare l'angolo di emissione
•pannello diffusore: lastra di plastica, a 20cm dal flash e a 45° rispetto al bulbo, inclinato verso l'alto
•aggiuntivo tele: lente di Fresnel che aumenta il NG del flash e ne concentra l'emissione
•accessori multiflash: per distanziare il flash dalla fotocamera o per utilizzare più unità sincronizzate. Anche TTL.
Esempio di collegamento multiflash TTL:

1 = Canon 10D
2 = flash Canon 300TL
3 = Adattatore slitta
4 = Adattatore remoto
5 = Distributore TTL
6 = Cavo TTL (60 cm)
7 = Cavo TTL (3 m)




8.3 Troubleshooting...
Se:*
*L'immagine è correttamente illuminata solo in una porzione del fotogramma.
Causa: il tempo di scatto è più breve del tempo di sincronizzazione
*L'immagine è sottoesposta.
Cause: flash poco potente per la distanza di utilizzo; diaframma impostato più chiuso di quello necessario; il soggetto è bianco e riflettente; la lettura TTL è avvenuta non sul soggetto, ma sullo sfondo
*L'immagine è sovraesposta.
Cause: il contrario di sopra; l'area centrale di lettura TTL era troppo scura rispetto al resto dell'immagine
*I bordi del fotogramma sono più scuri.
Causa: è stato usato un obiettivo grandangolare con un flash non adatto ad una copertura così ampia.

8.4 Il Tempo di Sincronizzazione

Il tempo di sincro-flash di una fotocamera indica la massima velocità di scorrimento delle tendine dell'otturatore durante la quale si otterrà una corretta esposizione flash di tutto il fotogramma. Le tendine in chiusura partono immediatamente dopo che la prima tendina si è aperta totalmente. Per avere tempi sempre più rapidi, l'apertura viene parzializzata: la II tendina parte prima che sia arrivata in fondo la prima. Se parte quando la prima è arrivata a ¾ del fotogramma il tempo sarà di 1/250"; se parte a metà fotogramma si avrà un tempo di 1/500". Per tutti i tempi più brevi del tempo di sincro-lampo solo una parte del fotogramma risulterà esposta correttamente, metre la restante sarà sottoesposta.
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